|
LA PAROLA IN MEZZO A NOI III Domenica di Avvento Gv 5, 33 - 39
«33 In quel tempo, il Signore Gesù disse: Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. 34Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. 35Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. 36Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, 38e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. 39Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me».
In questa terza domenica di Avvento il protagonista è ancora Giovanni Battista; in particolare la parola ricorrente è “testimonianza”: Giovanni è colui che ha dato testimonianza alla Verità, ma Gesù invoca una testimonianza superiore che viene dalle opere che Lui stesso compie. La testimonianza di Giovanni, infatti, è compiuta attraverso la sua vita e la sua predicazione mentre la testimonianza di Gesù avviene anche attraverso le opere che Gesù stesso compie e che sono le opere che anche Dio, il Padre, compie: sono opere di amore, sono opere di liberazione dal male, di misericordia e di perdono, sono opere di vicinanza ai derelitti, agli afflitti, agli emarginati, ai sofferenti, ai poveri, cioè a tutti gli uomini. Questa testimonianza che Gesù evoca ridimensiona un po’ la figura di Giovanni Battista: “io non ricevo testimonianza da un uomo” – per quanto fosse il più grande tra i nati da donna, come dice Gesù stesso, tuttavia il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di lui - come dire che la testimonianza del più grande fra gli uomini non potrà mai essere come la testimonianza che Dio stesso dà del suo Figlio Gesù. Ecco perché queste due affermazioni che Gesù fa di Giovanni Battista stanno insieme e potrebbero valere per qualunque profeta, per qualunque persona carismatica, per un fondatore, per un testimone: il più grande – tanto grande – eccezionale – ma pur sempre un uomo, non Dio! Questo è importante perché a volte si mette l’uomo al posto di Dio, il fondatore al posto di Dio, mentre nessuno può prendere il posto di Dio! Dio è Dio e solo Lui è Dio! Ecco perché Gesù evoca questa testimonianza superiore che Dio gli dà e che si rende evidente dal fatto che le sue opere coincidono con quelle di Dio, sono proprio le stesse e così si rende trasparente, attraverso queste opere, il suo essere il Messia, il suo essere mandato da Dio, Figlio di Dio. Se noi andiamo a vedere nelle Scritture dell’Antico Testamento, che qui vengono richiamate, questa Parola che parla di Gesù - se la si sa ascoltare - ci racconta di un Dio che compie, nei confronti del suo popolo, prima di tutto, un’opera di liberazione dalla schiavitù d’Egitto e che successivamente dona la legge, una legge che è a custodia di questo bene ricevuto che è la liberazione, la possibilità di servire Dio da uomini liberi: questo è il vero contenuto della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, una liberazione dalla paura - dalla disperazione della paura della morte che fa dire al popolo: Dio è con noi o non è con noi? – una liberazione attraverso l’acqua che, aprendosi davanti al popolo, libera il popolo d’Israele dalla paura di morire. Dio interviene e lo libera dalla paura di essere solo ed abbandonato nel deserto. Ecco, questa liberazione attraverso l’amore di Dio che si manifesta potente nelle opere di liberazione, si traduce poi nel dono della legge che si pone a custodia dell’amore ricevuto, del dono ricevuto. La legge dice: non perderlo, non dimenticare il dono! I regolamenti, i precetti servono a custodire l’amore, a custodire la fedeltà, a custodire la libertà mentre i Dottori della legge se ne sono serviti per toglierla la libertà, per negare l’amore, per mettere il precetto prima dell’amore: Quella regola che serviva a custodire l’amore lo ha, invece, sostituito! La posta in gioco, allora, è alta perché la tentazione di porre il precetto non a custodia dell’amore ma prima, rendendolo più importante dell’amore, è sempre presente! Sempre dobbiamo vigilare perché il precetto non sia valido in se stesso, perché la norma non sia valida in se stessa ma sia sempre a presidio di un amore che giustifica il perché di una norma, altrimenti noi non riusciamo a trasmettere il valore di norme, di regole, anche di quelle religiose, perché non riusciamo a trasmettere il senso di amore, di fedeltà di Dio, di liberazione dal male, dalla schiavitù che è il vero dono di Dio e di cui la legge è solo custodia e presidio, ma non è quello il primo dono, il dono fondante, che rimane, invece, soltanto la presenza di Dio fedele, amante! Ecco perché Gesù rimprovera duramente i Dottori della legge: “Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me.” Voi non lo vedete, non leggete dentro queste parole di Dio la Parola che parla di me e non vedete che le mie opere riprendono questa stessa opera di Dio che andava a cercare i derelitti, che liberava gli oppressi, che curava gli ammalati, che amava l’uomo - tutti gli uomini - che non faceva distinzione e discriminazioni, che amava tutti come suoi figli, nessuno escluso. Allora, ecco: Voi scrutate le Scritture ma non capite, non leggete in esse la presenza di Dio e non leggete in esse il fatto che parlano di me! Gesù è per noi la chiave di lettura delle Scritture che ci parlano di lui. Leggere le Scritture a prescindere da Gesù non ci permette di comprenderle e ce ne fa perdere il senso profondo! Ecco perché la dottrina nella Chiesa viene realmente custodita non quando si custodisce la formula dottrinale ma quando si custodisce quell’amore di cui la dottrina ne è la custodia, quando si vive quell’amore di cui la dottrina ne è la custodia, quando si testimonia con le opere, non solo con le parole, quell’amore di cui quella dottrina è la custode. La dottrina proclamata, in cui non si vede l’amore ed in cui non si fanno quelle opere d’amore diventa, così, qualcosa che non custodisce l’amore ma distoglie dall’amore, allontana dall’amore, ne fa perdere di vista quell’amore che avrebbe dovuto, invece, annunciare e custodire. L’invito di Gesù, allora, è un invito forte! Anche noi, che siamo suoi discepoli, se vogliamo essere la sua Chiesa fedele a lui, allora dobbiamo essere discepoli capaci di mostrare Dio con le opere, che nascono dall’amore e che lo testimoniano. Questo amore non deve essere un amore generico ma deve essere così come Dio ama: si deve vedere che, nel nostro modo di amare, si ritrova qualche cosa del modo con cui Dio stesso ama. Quindi un amore fatto, per esempio, di gratuità: amare non per interesse o per tornaconto; amare non per mettere al primo posto se stessi ma fare spazio all’altro; amare di un amore di misericordia e che, quindi, sa usare anche il perdono; amare di un amore che crede nella possibilità del peccatore di convertirsi e di cambiare vita, che crede fermamente che ogni uomo può riscattarsi dalla sua malvagità e dal suo peccato per scoprire, nell’incontro con l’amore di Dio, la dignità di se stesso e della propria umanità e riscattarsi; amare di quell’amore che crede che quegli ultimi, che ci fanno paura e di cui qualcuno si ostina a fomentarne in noi la paura, presentandoceli come la sorgente di tutti i nostri problemi, sono invece, agli occhi di Dio, presenze di uomini e donne di cui non avere paura! E’ un amore, questo, che sa liberare dalla paura e che mai si permette di alimentare la paura nel cuore del fratello. Alimentare le paure nel cuore degli altri è contrario all’opera di Dio. Dio è Colui che ci aiuta a superare le nostre paure, a vincere le nostre paure, ad andare oltre le nostre paure, a trovare una speranza sempre oltre le paure che ci assediano e ci attanagliano e ci stringono al collo e Dio è Colui che ci libera, ci scioglie le paure. Quindi colui che alimenta le paure non compie le opere di Dio! Soffiare sul fuoco delle paure equivale a negare l’opera di Dio! Ecco che compiere le opere che Dio compie, amare come Dio ama rende visibile la presenza di Dio. Chi fa così e compie queste opere permette di vedere Dio: Dio opera attraverso i suoi testimoni e tanti sono i testimoni che Dio continua a donarci, attraverso cui noi possiamo vederlo e conoscerlo. Aiutarci a vedere le opere di Dio nei suoi testimoni e aiutare i fratelli a vedere questo: questa è la comunicazione di cui noi oggi abbiamo bisogno! In mezzo a questo diluvio di comunicazioni di cronaca nera che ci rende tutti tristi, depressi e scoraggiati noi abbiamo bisogno di accendere questa luce, di raccogliere l’opera di questi testimoni che compiono le opere di Dio per la salvezza di questo mondo e che non permettono che in questo mondo il male vinca, il male trionfi. Le opere di salvezza, le opere belle, le opere buone, i buoni esempi vanno raccontati, vanno fatti vedere, vanno riconosciuti e non nascosti! Bisogna far sì che siano visibili e che ciascuno possa dire: Che belle cose che sono state fatte, che belle opere, che belle azioni di amore che sono state compiute e che rendono visibile il fatto che questo mondo e questa umanità è abitata da Dio e che Dio l’ha salvata e la salva attraverso queste opere di amore e vince lo scoraggiamento e vince la tristezza, la paura e dà speranza, e dà fiducia nell’uomo e in Dio. Questa è la testimonianza che Gesù ci invita a guardare perché non sia solo la testimonianza di un uomo ma sia una testimonianza che ci rende visibile Dio stesso mentre compie la sua opera di amore in mezzo a noi!
Don Marco Casale Casa San Carlo – Bizzozero Trascrizione non rivista dall’autore
|
|