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Foto Raffaele Coppola: L'interno della chiesa di Santa Maria Maddalena

Approfondimento del Vangelo di domenica 29 gennaio a cura di don Marco Casale.


Di seguito la libera trascrizione dell'intervento di don Marco Casale in occasione del momento di riflessione proposto ogni venerdì sera alle ore 21.00, presso la chiesa di S. Maria Maddalena, un momento di meditazione sul Vangelo domenicale per riflettere e meglio prepararsi alla celebrazione liturgica.

Grazie al lavoro di alcuni volontari riproponiamo i contenuti dell'incontro di venerdì 27 gennaio 2017:

  

 

LA PAROLA IN MEZZO A NOI

Domenica della Santa Famiglia​
Lc 2, 22 - 33


22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – 23come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
25Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, 30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, 31preparata da te davanti a tutti i popoli:32luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».
33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.


La festa della S. Famiglia di Nazareth è la festa di tutte le famiglie e la liturgia oggi ci propone un brano del Vangelo dell’infanzia di Gesù che noi possiamo accostare all’altro brano del ritrovamento di Gesù al Tempio. La presentazione di Gesù al Tempio ed il ritrovamento di Gesù nel Tempio sono due brani, entrambi del Vangelo di Luca, che ci aiutano a gettare uno sguardo sull’infanzia di Gesù, ci danno degli elementi molto importanti che ci aiutano a comprendere meglio Gesù e la sua missione: la salvezza che Lui ha portato in mezzo a noi.
Gli aspetti che colpiscono della famiglia di Nazareth sono due: l’ascolto della Parola del Signore, della Torah’ che loro semplicemente e fedelmente mettono in pratica; la vita quotidiana della famiglia di Nazareth che Gesù vive. Questo mistero della quotidianità vissuta da Gesù da bambino, da ragazzo e nei trent’anni della vita di Nazareth non è solo una premessa, un preannuncio del Vangelo, ma è il Vangelo stesso! Quando Gesù dice: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi”, il compimento di queste parole è rappresentato dalla vita che Gesù ha vissuto nella sua famiglia, la vita che ognuno di noi vive nella quotidianità dentro la quale è presente il Regno di Dio. Ecco allora il primo messaggio per la famiglia: Il Regno di Dio è in mezzo a noi, cioè dentro la tua famiglia, in ciascuna delle nostre famiglie. Il Regno di Dio è venuto, e viene, ad abitare in mezzo a noi.
Il primo elemento a cui guardare è questa purificazione rituale. Qui Luca unisce due momenti: Il primo è la purificazione del maschio primogenito, l’offerta al tempio del maschio primogenito, offerto al Signore, non nel senso che Lui lo porta via ai genitori, ma nel senso che essi riconoscono il fatto che Dio lo ha dato, è dono Suo; il secondo è la purificazione di Maria: la donna, dopo il parto, trascorsi quaranta giorni, andava al Tempio per la purificazione, in quanto si riteneva che il contatto con il sangue, avuto nel parto, rendesse la donna impura e quindi era richiesto questo momento di purificazione. Maria e Giuseppe offrono, innanzitutto, a Gesù il contesto di una famiglia che asseconda la Parola di Dio e la mette in pratica! Gesù ha respirato, fin dalla prima infanzia, questo modo semplice ma molto profondo, di ascoltare la Parola di Dio e di metterla in pratica. Qui potremmo ricavare un’altra indicazione molto concreta e preziosa per le nostre famiglie: La famiglia è il primo luogo in cui la Parola di Dio si ascolta e si mette in pratica. E’ l’obbedienza alla Parola del Signore, ma nel suo significato etimologico, proprio, cioè di ascolto “obbedire” – ob-audire (dal latino) cioè ascolto profondo, col cuore aperto, disponibile, per mettere in pratica, perché ho riconosciuto una sapienza di vita, perché ho riconosciuto la presenza di Dio stesso che mi parla, perché ho riconosciuto la tenerezza del suo amore, per cui ascolto e metto in pratica. La famiglia è il luogo in cui si impara ad obbedire, in questo senso qua, in cui si impara ad ascoltare la legge che mi consegna il senso della vita: questa è l’obbedienza che un figlio deve al genitore. Non è un’obbedienza primariamente all’autorità ma è un’obbedienza principalmente all’autorevolezza che il genitore esprime nel momento in cui consegna una parola che contiene il senso della vita. Gesù, quindi, respira quest’aria che diventa il suo “stile di vita”.
Gesù è frequentatore abituale del Tempio in occasione delle festività – pensiamo in particolare alla Pasqua ed al ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio – ed è frequentatore della Sinagoga – pensate a Gesù, in Luca 4, dove vediamo Gesù che entra, come al suo solito, nella Sinagoga e preso il rotolo, inizia a leggere il profeta Isaia “Lo Spirito del Signore è su di me….” Tutto questo, allora, Gesù lo ha imparato in famiglia. Nella sua famiglia la Parola di Dio era riferimento abituale quando si trattava di dare un senso alle stagioni della famiglia, agli eventi della vita della famiglia o quando si trattava di trovare un aiuto per le scelte della famiglia. Dalla Parola di Dio si cercava risposta a tutto questo: una Parola ascoltata e messa in pratica. La famiglia è, dunque, il luogo della preghiera e dell’ascolto, della fede praticata; ecco perché io credo che oggi la sfida della fede si gioca, prima che nelle nostre celebrazioni e nella vita delle nostre comunità parrocchiali, primariamente all’interno delle nostre famiglie. La sfida della trasmissione della fede!
Se noi facciamo un conto del tempo, dall’apparizione dell’Angelo a Zaccaria nel Tempio, sei mesi dopo un Angelo appare a Maria a Nazareth – lo sappiamo perché il segno offerto a Maria è che Elisabetta era incinta di sei mesi. Nove mesi dopo nasce Gesù, quindi in totale sono quindici mesi, dall’annuncio a Zaccaria fino alla nascita di Gesù, ai quali vanno aggiunti altri quaranta giorni necessari per la purificazione: in totale quindici mesi più quaranta giorni; quindici per trenta fa quattrocentocinquanta giorni che, sommati a quaranta, fanno quattrocentonovanta giorni, che sono l’equivalente di settanta per sette, quindi settanta settimane. E’ la profezia del profeta Daniele, che parla di un compimento, della Parola che si compie, della promessa di Dio che si sarebbe realizzata dopo settanta settimane. Qui la promessa di Dio, la sua Parola si compie, nell’ingresso di Gesù nel tempio: Dio fa visita al suo popolo! Il primo ad accorgersene è Simeone.
Un’altra caratteristica della famiglia di Nazareth è che è povera. Lo si capisce perché qui si compie – Levitico 12 - la Parola della Torah’ che chiede, al momento della purificazione, quaranta giorni dopo il parto della donna, che si offra al Signore un agnello oppure, in alternativa, una coppia di tortore o di colombi per chi non può permettersi l’agnello, perché caro. Giuseppe e Maria, infatti, non possono permettersi di acquistare un agnello proprio perché sono poveri. Gesù è nato in una famiglia povera in cui bisognava fare bene i conti per arrivare a fine mese, una famiglia dignitosa, che viveva del lavoro delle mani di Giuseppe che era un artigiano, carpentiere, che lavorava il legno e guadagnava quanto bastava per la vita di questa famiglia, ma con l’attenzione di non fare spese che sforassero il budget familiare perché altrimenti non si arrivava alla fine del mese. Era, quindi, una famiglia dignitosa, che non conosceva la miseria ma che era, comunque, povera. L’incarnazione di Dio si è realizzata nella povertà: questa è una condizione permanente di Dio, non una condizione transitoria, come se Dio avesse sperimentato la povertà per poi approdare alla ricchezza! Dio è venuto in mezzo a noi povero e sempre come povero ha vissuto! E ci invita a fare della povertà uno stile di vita: lo stile di chi è attento allo spreco, all’economia familiare; di chi sa cos’è l’essenziale; di chi valorizza tutto ciò che ha; di chi sa che vive del lavoro delle sue mani con dignità ed umiltà e che fa della povertà non un’ideologia ma una scoperta di ciò che vale veramente nella vita; di chi ha fatto la scoperta di un Dio povero che è venuto al mondo nella povertà per mostrarci che questa è la condizione vera dell’uomo, la condizione in cui l’uomo trova la verità di se stesso. La gioia la si vive quando si vive una vita povera, nella povertà evangelica! Dobbiamo sempre essere attenti ai termini come prima per l’obbedienza, che era riferita proprio all’obbedienza evangelica, all’obbedienza come ascolto di una parola di vita, che indica la strada perché è luce sul cammino: questa è l’obbedienza evangelica. E così dobbiamo fare per la povertà: povertà come stile di vita, che non ha nessuna connotazione sociale; che non ha, in prima battuta, nessuna connotazione ideologica, non è questione di conto in banca! Che cos’è la povertà secondo il Vangelo? Forse dobbiamo ancora molto approfondire come il Vangelo ci parla della povertà, perché alla povertà noi attribuiamo tanti significati che la povertà può avere! Ma qual è quello che il Vangelo ci esprime? La povertà come la condizione in cui l’uomo trova la verità di se stesso, della propria umanità e sperimenta la gioia della semplicità, dell’essenzialità, della condivisione, della sobrietà, dell’umiltà, del giusto rapporto con le cose, dell’essere libero dalle cose, dalla bramosia del denaro, del potere, del dominio sull’altro: è una condizione complessiva di vita, spirituale e materiale insieme, che il Vangelo ampiamente ci descrive, anzitutto con la vita vissuta di Gesù nella sua famiglia di Nazareth.
C’è questa profezia di Simeone, uomo pieno di Spirito Santo – si ripete per tre volte: lo Spirito era su di lui…lo Spirito gli aveva preannunciato…mosso dallo Spirito – quindi è proprio un uomo che parla a nome di Dio, un vero profeta: quello che vede lo vede perché proprio Dio glielo mostra, e lui vede, appunto, la salvezza perché vede il Salvatore. Simeone, allora, esprime questa bellissima preghiera: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace” – come il servo che ha finito la sua giornata perché davanti al suo signore, al suo padrone, ora si sente libero, ha adempiuto al suo compito, alle sue mansioni. C’è certamente un’allusione al tema della morte, ma alla morte come compimento della vita: la morte diventa il momento in cui si entra nella pace. Vedete, quindi, che in questo brano c’è descritta un po’ tutta la vita della famiglia, toccando tutti i momenti della vita della famiglia, dalla nascita alla morte, La famiglia è il luogo in cui si incontra l’esperienza della morte e la si incontra con pace, come esperienza dell’ingresso nella pace del Signore, non solo come termine della vita, ma come compimento di una vita, di chi l’ha vissuta la sua vita! Non gli è portata via, non gli è strappata, non gli è rubata ma l’ha portata a compimento, l’ha vissuta in pienezza, ne ha trovato il senso pieno ed ha raggiunto la pace ed è entrato nella pace del Signore. Che bello quando nelle famiglie si può vivere così anche il momento della morte e si può anche trasmettere ai figli questo modo di vivere il momento della propria morte, come compimento della vita e come raggiungimento della pace.
Simeone vede che qui c’è un messaggio universale: “perché i miei occhi han visto la salvezza, preparata da Te per tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del Tuo popolo Israele”. E’ luce per tutti i popoli, non solo per il popolo d’Israele. Vedete qui il radicamento: gloria per il popolo d’Israele! Siamo nel Tempio, siamo in obbedienza alla Torah’, siamo alla presenza dei figli devoti del popolo di Israele, ma che portano in sé un messaggio di portata universale, che vale per tutti. Che bello quando una famiglia vive profondamente radicata nella sua vita familiare, perché porta dentro di sé non un messaggio che chiude ma un messaggio irradiante; cioè diffonde una luce perché porta in sé una luce che non è solo per i membri di quella famiglia, ma il suo modo di vivere, di essere famiglia diventa luminoso per tutti. Una famiglia vive pienamente il suo essere famiglia non quando si chiude in se stessa ma quando vive con amore le relazioni all’interno della famiglia così da essere una sorgente di luce irradiante, per tutti, per il mondo: così è la famiglia di Gesù! Essa è così profondamente radicata nel suo paese, nel suo popolo, nella sua fede ma non chiusa. E’ una famiglia che sta bene al suo interno ma non è chiusa in se stessa; è una famiglia che sta bene nel suo paese, ma non è chiusa nel localismo; è una famiglia che sta bene nel suo popolo ma non è chiusa agli altri popoli. Questo è il senso vero di un radicamento, di un mettere radici, che non vuol dire chiusura ma apertura: Chi è veramente radicato nella sua famiglia, nella sua città, nel suo popolo si apre e diventa luminoso per tutti, perché contiene un messaggio universale di umanità e di fede che è per tutti! Allora la famiglia di Nazareth sapeva trovare questo delicato equilibrio tra il vivere la vita all’interno della famiglia ed al di fuori della famiglia, che è una tensione che fa parte della vita della famiglia. Se io esco dalla famiglia, ad esempio, per fare un servizio, per fare volontariato, per dedicarmi agli altri sottraggo tempo alla famiglia, mi sento in colpa e vengo, magari, richiamato. Ma questa tensione si scioglie se la famiglia vive lo stare insieme non come chiusura ma come apertura e se questo è condiviso da tutti i membri della famiglia, altrimenti diventa sorgente di tensione e di risentimento, di rivendicazione per cui uno, magari, si sente in colpa e resta in famiglia ma poi dice: sono rimasto in famiglia ma cosa facciamo? Quando la famiglia sta bene trova il modo di vivere questo equilibrio tra lo stare in famiglia e l’uscire dalla propria famiglia in modo costruttivo e positivo per tutti i membri della famiglia.
“Il Padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di Lui”.
Lo stupore è quel sentimento che ci preserva dalla banalità, dall’abitudinarietà, dalla noia! Lo stupore è vita, è novità, è apertura, è creatività, è scoperta! Nella famiglia quando cessa lo stupore subentra, invece, la stanchezza. La famiglia di Nazareth è una famiglia che è sempre rimasta aperta all’esperienza dello stupore, del lasciarsi sorprendere, dello scoprire ogni giorno l’altro nella novità che rappresenta, non nella ripetitività di ciò che è già noto e conosciuto, non in ciò che è dato per scontato. Lo stupore è custode dell’amore e della fedeltà, della vita della famiglia, dell’alzarsi ogni giorno per scoprire con gioia l’altro e stupirsi della sua presenza.
La famiglia di Nazareth diventa, allora, davvero il grande messaggio per tutte le nostre famiglie: un modello di fede, di preghiera, di ascolto, di obbedienza, di fedeltà, di stupore. Ci ricorda quanto il Signore ama ciascuna delle nostre famiglie e nasconde i segni della presenza del suo regno nella vita quotidiana di ciascuna delle nostre famiglie.


Don Marco Casale

Chiesa di S. Maria Maddalena – Bizzozero

Trascrizione non rivista dall’autore 

 

  

I numeri posti all'inizio di diverse frasi evangeliche indicano i numeri di paragrafo.

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